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DALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE AGLI INDIGNATI


E’ noto che la Rivoluzione industriale  cominciò nel Regno Unito a partire dalla metà del 1700. Si trattò di un processo di evoluzione economica che partendo da un sistema agricolo- artigianale- commerciale portò ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine che determinò la creazione di grandi capitali che dovevano consentire quegli investimenti su vasta scala che non erano alla portata del piccolo imprenditore: il capitalismo. Di contro venne a crearsi una classe operaia che, in cambio del suo lavoro, riceveva un salario fisso che gli permetteva di vivere decorosamente. Questo connubio  tra capitale e lavoro, sia pure all'insegna di una certa conflittualità, permise di elevare le condizioni economiche, sociali e il benessere di sempre più ampie fasce di popolazione, e portò alla disponibilità per un sempre maggior numero di persone  di beni e servizi in altri tempi preclusi alle classi più povere, in un reciproco, mutuo scambio di vantaggi tra il grande capitale e i lavoratori, cioè il popolo, le famiglie, portando la qualità della vita ad un livello elevato. Il merito di questo benessere va attribuito a scelte politiche e al ruolo del capitalismo che si può affermare essere stato socialmente utile.

Nel frattempo la tecnologia eliminava dai processi produttivi il lavoro manuale, bruciando posti di lavoro, mentre il reddito da capitale aumentava in modo esponenziale. Economisti della domenica e sociologi prezzolati dicevano che stavamo diventando una società postindustriale e che il futuro del lavoro era il terziario, cioè fornitura di servizi, avremmo dovuto diventare tutti consulenti, assistenti, trasportatori, informatici, e comprare i prodotti stranieri. Il risultato è che non si crea nuovo lavoro. Il capitalismo industriale si disimpegna, ha rinunciato al ruolo sociale che aveva fatto crescere l’Italia abbandonando a sé stesse le classi lavoratrici, complice una classe politica incapace e parassita. I capitalisti investitori in economia vera, produttori di merci vendibili sono scomparsi per andare a produrre all’estero per guadagnare di più lasciando il posto ad avvoltoi chiamati finanzieri, i quali come unico scopo della loro esistenza hanno quello di moltiplicare le loro ricchezze, a prescindere. La speculazione è divenuto il loro vangelo: guadagnare guadagnare guadagnare senza badare a costi umani e sociali. La crisi che stiamo vivendo e che sta portando alla fame e alla disperazione milioni di persone in tutto l’occidente è una crisi creata da speculatori senza anima. Per arricchirsi i modo estremo questi criminali della finanza provocano crisi economiche di vasta scala causando deliberatamente la caduta dei mercati per poter poi ricomprare a prezzi stracciati. I costi sociali sono terribili, intere generazioni di giovani che non trovano un ruolo da svolgere nella società, licenziamenti, fallimenti, mutui non onorati a tutto vantaggio delle banche che si appropriano dei beni fallimentari. Ci sono gruppi finanziari che posseggono  migliaia di miliardi di dollari accantonati in attesa di poterli investire nelle loro speculazioni per arricchirsi all’infinito, cifre iperboliche superiori al PIL di moltissimi Stati, che potrebbero essere letteralmente comprati da costoro. Il ruolo sociale di questi capitali, in conclusione si è trasformato, da positiva (anche se limitata) ridistribuzione del reddito creatore di benessere diffuso, in succhiatore giugulare distruttore della vita delle persone.

La responsabilità di questa crisi è dunque nella quasi totalità dovuta alla speculazioni della finanza e agli errori strategici delle banche che vendevano titoli carta straccia, speculando, invece di fare sostegno all’economia reale finanziando il lavoro. Il colmo oggi è che gli Stati si preparano a sostenere le banche a rischio, con i soldi pubblici, come vuole anche la BCE. Bene fanno i giovani, i disoccupati, i tartassati dalle tasse, a protestare nella veste di indignati marciando contro la finanza e i suoi simboli in tutto il mondo. Questo debito non appartiene al popolo, né ai cittadini, e nemmeno ai contribuenti regolari che le tasse le pagano puntualmente, è un debito che appartiene a chi lo ha creato: alle banche, alla finanza privata e a quella sovrana, e tocca a loro pagarlo. 

Scritto nel mese di ottobre 2011

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